Buoni Propositi: Perché Falliscono e Come Cambiare Davvero

Buoni Propositi: Perché Falliscono e Come Cambiare Davvero | Sabrina Papola
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Quando migliorarsi diventa una trappola: ripensare i buoni propositi con la psicoterapia

È fine gennaio. Statisticamente, questo è il momento in cui l’80% delle persone ha già abbandonato i buoni propositi dell’anno nuovo. Esiste persino una data ufficiale per questo fenomeno: il 17 gennaio, ribattezzato “Quitter’s Day”, il giorno in cui il fallimento collettivo raggiunge il suo picco. 

Se ti riconosci in questa esperienza, sappi che non sei solo. E soprattutto, sappi che il problema probabilmente non sei tu. 

Le ricerche mostrano che il 92% dei buoni propositi fallisce entro la fine dell’anno. L’88% crolla già nelle prime due settimane. Di fronte a numeri così schiaccianti, la domanda che vale la pena porsi non è “come posso avere più forza di volontà?”, ma piuttosto: “e se fosse il sistema stesso dei buoni propositi a essere difettoso?” 

Questo articolo non ti offrirà l’ennesima lista di strategie per “mantenere i propositi”. Ti proporrà invece una riflessione diversa: capire cosa si nasconde dietro il desiderio compulsivo di migliorarsi, perché falliamo sempre negli stessi modi, e come la psicoterapia psicodinamica offra una strada alternativa al cambiamento, una strada che parte dall’accettazione, non dalla correzione.

Il paradosso del "nuovo anno, nuova vita" | Sabrina Papola

Il paradosso del "nuovo anno, nuova vita"

C’è qualcosa di profondamente seducente nell’idea di ricominciare da zero. Gli psicologi lo chiamano “Fresh Start Effect”: la tendenza a vedere i nuovi inizi temporali (l’anno nuovo, il lunedì, il primo del mese) come opportunità per distaccarsi dai fallimenti passati e reinventarsi.

A gennaio la motivazione aumenta del 50% rispetto agli altri mesi. Le palestre registrano il 12% degli abbonamenti annuali in sole quattro settimane. L’energia è palpabile, le intenzioni sono sincere.

Eppure, questa spinta iniziale si basa su quello che potremmo chiamare un “ottimismo irrealistico”: la convinzione che il “me di domani” sarà in qualche modo diverso, più disciplinato, più capace di resistere alle tentazioni. È una forma di pensiero magico che ignora un fatto fondamentale: la persona che dovrà mantenere quei propositi sei sempre tu, con la tua storia, i tuoi schemi, le tue difese psichiche.

Il problema non è la mancanza di motivazione, a gennaio ne abbiamo tutti in abbondanza. Il problema è che i buoni propositi, così come li concepiamo tradizionalmente, sono costruiti su premesse psicologicamente fragili.

I meccanismi invisibili che ci fanno fallire

Per comprendere perché falliamo, dobbiamo guardare oltre la superficie della “pigrizia” o della “mancanza di volontà”. Esistono meccanismi psicologici profondi che operano al di sotto della nostra consapevolezza.

Il primo è quello che in psicologia si chiama “ego depletion”: la forza di volontà non è una risorsa infinita, ma un serbatoio che si esaurisce con l’uso. Dopo una giornata di lavoro stressante, decisioni difficili, resistenza alle piccole tentazioni quotidiane, la capacità di dire “no” al divano e “sì” alla palestra è drasticamente ridotta. Non è debolezza di carattere: è neurobiologia.

C’è poi il “discounting iperbolico”: il nostro cervello è programmato per valutare le ricompense immediate come enormemente più attraenti di quelle future. La fatica di oggi pesa infinitamente di più del benessere di domani. È un retaggio evolutivo, i nostri antenati dovevano sopravvivere ora, non tra sei mesi, ma nel contesto dei buoni propositi diventa una trappola.

Ma forse il meccanismo più insidioso riguarda l’origine stessa dei nostri obiettivi. Quanti dei propositi che ci poniamo sono davvero nostri? E quante sono aspettative introiettate, voci genitoriali, pressioni sociali, standard culturali che abbiamo assorbito senza mai metterli in discussione?

La psicoterapia psicodinamica pone molta attenzione a questa distinzione. Spesso ciò che chiamiamo “i miei obiettivi” sono in realtà richieste di un Super-Io severo, quella parte della psiche che interiorizza le aspettative esterne e le trasforma in imperativi interni. “Devo dimagrire”, “devo essere più produttivo”, “devo avere successo”.
Dietro questi “devo” raramente c’è un desiderio autentico. C’è più spesso una fuga da qualcosa: dalla vergogna, dal giudizio, dalla sensazione di non essere abbastanza.

Chi si riconosce in questa dinamica potrebbe ritrovarsi anche nelle riflessioni sul perfezionismo e il bisogno di controllo, dove il tentativo di essere impeccabili nasconde spesso una difesa dall’ansia e dalla vulnerabilità.

I meccanismi invisibili che ci fanno fallire | Sabrina Papola

L'industria che guadagna dal tuo fallimento

Per capire davvero i buoni propositi, dobbiamo allargare lo sguardo e osservare il contesto culturale in cui nascono. L’industria globale del wellness vale oggi quasi 7 trilioni di dollari. Il settore del self-improvement, da solo, supera i 45 miliardi e cresce dell’8% l’anno.

Questi numeri raccontano una storia precisa: esiste un’economia che prospera sulla sensazione di inadeguatezza. Il messaggio, ripetuto ossessivamente ogni gennaio, è sempre lo stesso: “Non sei abbastanza. Ma puoi esserlo, basta che compri questo programma, ti iscrivi a quella app, segui questo metodo.”

Questo fenomeno, che alcuni studiosi chiamano “wellness capitalism”, ha una caratteristica particolarmente subdola: privatizza la responsabilità del benessere. Se sei stressato, la soluzione non è mettere in discussione una cultura lavorativa tossica, è scaricare un’app di meditazione. Se sei insoddisfatto del tuo corpo, il problema non è negli standard estetici irrealistici che la società impone, sei tu che devi allenarti di più.

La conseguenza psicologica è devastante: quando inevitabilmente falliamo, non mettiamo in discussione il sistema. Mettiamo in discussione noi stessi. Il fallimento dei propositi diventa l’ennesima prova della nostra inadeguatezza, alimentando quel ciclo di vergogna e autocritica che ci spingerà, il prossimo gennaio, a riprovarci con ancora più disperazione.

C’è anche un aspetto più sottile. L’enfasi costante sul miglioramento individuale distoglie l’attenzione dai problemi collettivi. Se sei stressato e ansioso, il problema viene posto come un deficit personale da colmare con più meditazione, più esercizio, più disciplina, non come il sintomo di una cultura che ci chiede sempre di più restituendoci sempre meno. Le energie che potrebbero andare verso un ripensamento collettivo del lavoro, delle relazioni, del tempo, vengono dirottate verso l’eterna ottimizzazione del sé.

La trappola della vergogna

Esiste una distinzione psicologica cruciale che può aiutarci a comprendere perché alcuni fallimenti ci paralizzano mentre altri ci spingono a riprovare: la differenza tra vergogna e colpa.

La colpa è focalizzata sul comportamento: “Ho fatto qualcosa di sbagliato”. È sgradevole, ma costruttiva. Ci spinge a riparare, a fare meglio la prossima volta. La vergogna, invece, attacca l’identità: “Sono sbagliato”. Non riguarda quello che abbiamo fatto, ma quello che siamo.

Quando i buoni propositi falliscono, la reazione più comune non è la colpa ma la vergogna. Non pensiamo “questa strategia non ha funzionato”, pensiamo “sono un fallimento”. E la vergogna, a differenza della colpa, non ci spinge all’azione. Ci spinge al ritiro, all’evitamento, all’abbandono.

È un circolo vizioso: ci poniamo un obiettivo ambizioso, falliamo ai primi ostacoli, attiviamo la vergogna, ci ritiriamo per proteggerci dal dolore, e questo ritiro conferma la narrazione negativa su noi stessi. Il prossimo tentativo partirà già gravato da questa storia di fallimenti, rendendo ancora più probabile un nuovo crollo.

Nella psicologia psicodinamica e il lavoro con le emozioni, imparare a riconoscere questi stati emotivi e a differenziarli è già un primo passo verso la libertà da questi automatismi.

La trappola della vergogna | Sabrina Papola

Gennaio: la tempesta perfetta

C’è un motivo se gennaio è il mese in cui più persone cercano aiuto psicologico. È una tempesta perfetta di fattori che convergono: le giornate corte e la luce scarsa che influenzano i neurotrasmettitori; la fine delle festività con il ritorno alla routine; le pressioni economiche post-natalizie; e, naturalmente, il peso dei propositi falliti.

Il cosiddetto “Blue Monday”, il terzo lunedì di gennaio, presentato come “il giorno più triste dell’anno”, è in realtà un’invenzione pubblicitaria nata nel 2005 per una campagna di un’agenzia di viaggi. Non ha alcuna validazione scientifica, e l’Università di Cardiff, il cui nome era stato inizialmente associato alla formula, ha preso le distanze.

Tuttavia, il disagio di gennaio è reale. Il Disturbo Affettivo Stagionale (SAD) colpisce circa il 5% della popolazione italiana in forma severa e fino al 20% in forma più lieve. I sintomi, che per lo più sono sonnolenza eccessiva, mancanza di energia, aumento dell’appetito per i carboidrati, difficoltà di concentrazione, possono essere facilmente confusi con “pigrizia” o “mancanza di motivazione”, alimentando ulteriore autocritica.

Il 65% degli psicologi italiani ha registrato un aumento della domanda di terapia nell’ultimo anno, e il 40% nota che i pazienti arrivano con obiettivi “poco realistici”. Non è un caso: quando una cultura intera ti dice che il primo dell’anno devi reinventarti, e poi non ci riesci, il contraccolpo emotivo può essere significativo.

Per chi riconosce in sé sintomi più persistenti di malessere, può essere utile approfondire il tema della depressione e dei percorsi di cura disponibili.

Un segnale di cambiamento culturale

C’è però una notizia interessante. I dati del 2025 mostrano un calo del 50% nelle menzioni online dei buoni propositi rispetto all’anno precedente. Le ricerche su Google per frasi come “come mangiare più sano” o “come iniziare a fare esercizio” mostrano un declino costante negli ultimi anni.

Cosa sta succedendo? Forse stiamo assistendo a un’evoluzione culturale: dal culto della trasformazione radicale verso un approccio più sostenibile, che alcuni hanno chiamato “low and slow”. Meno rivoluzioni, più piccoli aggiustamenti. Meno “nuovo io”, più comprensione di quello che già siamo.

È un cambiamento che la psicoterapia psicodinamica ha sempre sostenuto. Il vero cambiamento non avviene attraverso la forza di volontà applicata contro sé stessi, ma attraverso la comprensione profonda di chi siamo, incluse le parti che vorremmo negare o correggere.

In un certo senso, la domanda che molti si stanno ponendo “Ha senso continuare a pormi obiettivi che so già che fallirò?” è già un progresso. È l’inizio di una riflessione più onesta sul rapporto che abbiamo con noi stessi e con le aspettative che ci imponiamo.

Il paradosso del cambiamento: accettarsi per trasformarsi

Carl Rogers, uno dei padri della psicoterapia moderna, ha formulato un paradosso che continua a sfidare il senso comune: “Quando mi accetto per come sono, allora posso cambiare.”

Sembra controintuitivo. Come può l’accettazione portare al cambiamento? Non dovrebbe essere il contrario. Prima decido cosa voglio diventare, poi lavoro per arrivarci?

Eppure l’esperienza clinica conferma costantemente questa verità. Finché lottiamo contro parti di noi stessi, quelle parti resistono. È come se, sentendosi attaccate, si aggrappino ancora di più. Ma quando smettiamo di combattere, quando portiamo curiosità invece che giudizio verso i nostri schemi e le nostre difese, qualcosa si allenta.

La psicoterapia psicodinamica lavora esattamente in questo spazio. Non si tratta di “aggiustare” ciò che è rotto, ma di comprendere perché certe parti di noi funzionano come funzionano. Spesso scopriamo che comportamenti che oggi sembrano disfunzionali, il perfezionismo, la procrastinazione, l’autosabotaggio… erano un tempo soluzioni creative a problemi reali. Difese che ci hanno protetto in momenti di vulnerabilità.

Comprendere questo non significa giustificare tutto o rinunciare a crescere. Significa riconoscere che il cambiamento duraturo passa attraverso la comprensione, non attraverso la guerra con sé stessi. I benefici della terapia psicodinamica emergono proprio da questo processo di esplorazione non giudicante.

Cosa si nasconde dietro i nostri obiettivi

Una delle domande più potenti che la psicoterapia può aiutarci a esplorare non è “come raggiungo questo obiettivo?”, ma “perché questo obiettivo?”.

Dietro “voglio dimagrire” potrebbe nascondersi un bisogno di accettazione, una credenza che il nostro valore dipenda dal nostro aspetto. Dietro “voglio essere più produttivo” potrebbe esserci la paura del vuoto, l’incapacità di stare con sé stessi senza fare. Dietro “voglio trovare un partner” potrebbe celarsi non tanto il desiderio di intimità quanto la fuga dalla solitudine.

Non c’è nulla di sbagliato in questi bisogni profondi. Sono profondamente umani. Ma quando rimangono inconsapevoli, ci spingono verso obiettivi che non possono davvero soddisfarli. Dimagriamo, ma non ci sentiamo più accettati. Diventiamo produttivissimi, ma il vuoto rimane. Troviamo un partner, ma la solitudine interiore persiste.

La psicoterapia aiuta a fare luce su questi strati nascosti. Non per smontare i nostri desideri, ma per distinguere quelli autentici da quelli compensatori. Spesso, una volta compreso il bisogno reale, le soluzioni che emergono sono molto diverse, e molto più sostenibili, di quelle che ci eravamo imposti.

C’è una differenza fondamentale tra gli obiettivi che nascono da un “devo” e quelli che nascono da un “voglio”. I primi sono spesso rigidi, punitivi, accompagnati da ansia. I secondi hanno una qualità diversa: sono flessibili, generativi, accompagnati da una sorta di entusiasmo tranquillo. Imparare a distinguerli richiede un lavoro di ascolto interno che raramente ci viene insegnato.

Il lavoro sulla crescita personale e l’autostima passa inevitabilmente attraverso questa esplorazione dei propri bisogni autentici.

Cosa si nasconde dietro i nostri obiettivi | Sabrina Papola

Come funziona davvero il cambiamento in psicoterapia

Il cambiamento terapeutico non è magia, anche se a volte può sembrarlo. Le neuroscienze ci mostrano che la psicoterapia produce modifiche fisiche nel cervello: rafforza i circuiti della corteccia prefrontale coinvolti nella regolazione emotiva, mentre riduce l’iperattività del sistema limbico responsabile delle risposte automatiche di ansia e paura.

Ma il cuore del processo è relazionale. Il 70% degli studi sui meccanismi del cambiamento identifica l’alleanza terapeutica, la qualità della relazione tra paziente e terapeuta, come il fattore più determinante. Più delle tecniche specifiche, più dell’orientamento teorico.

Questo ha senso se pensiamo che molte delle nostre difficoltà si sono formate in relazione (con genitori, assistente familiare, figure significative) e in relazione possono essere rielaborate. Lo spazio terapeutico diventa un laboratorio dove sperimentare nuovi modi di stare con un altro, di essere visti e accettati anche nelle parti che consideriamo inaccettabili.

Un aspetto importante: il cambiamento non è lineare. Ci sono avanzamenti e regressioni, momenti di insight e periodi di stallo. Questo può sembrare frustrante a chi è abituato alla logica dei buoni propositi, dove il progresso dovrebbe essere costante e misurabile. Ma le oscillazioni non sono fallimenti, sono parte integrante di un processo autentico di trasformazione.

Per approfondire come l’approccio psicodinamico lavora con i pattern inconsci, è possibile esplorare il tema del ruolo dell’inconscio nella psicologia psicodinamica.

E se il tuo "fallimento" fosse un messaggio?

C’è un modo diverso di guardare ai buoni propositi falliti. Invece di vederli come l’ennesima prova della nostra inadeguatezza, possiamo considerarli come messaggi.

Il proposito che fallisce sempre nello stesso modo ci sta dicendo qualcosa. Forse che quell’obiettivo non è davvero nostro. Forse che c’è una parte di noi che resiste per buone ragioni. Forse che stiamo cercando di risolvere un problema superficiale mentre quello vero, più profondo, rimane intoccato.

Questa non è una consolazione facile o un modo per evitare la responsabilità. È un invito a una forma diversa di responsabilità: non quella di forzarci a essere diversi da quello che siamo, ma quella di comprenderci abbastanza da poter scegliere con consapevolezza.

È il 17 gennaio, il Quitter’s Day. Statisticamente, la maggior parte delle persone sta abbandonando i propri propositi proprio in questi giorni. Ma forse “arrendersi” non è la parola giusta. Forse è il momento di smettere di combattere contro sé stessi e iniziare a capirsi.

La psicoterapia non è l’unica via per questo lavoro di comprensione, ma è uno spazio protetto dove farlo con una guida. Uno spazio dove non sei giudicato per i tuoi fallimenti, dove le resistenze non sono nemici da sconfiggere ma messaggi da decifrare, dove l’obiettivo non è diventare una versione “migliore” di te stesso secondo standard esterni, ma una versione più consapevole, più integrata, più libera.

Dopotutto, se quasi tutti falliamo seguendo lo stesso copione, forse il problema non è nella nostra forza di volontà. Forse è nel copione stesso.

E cambiare copione, quello sì, può essere l’inizio di qualcosa di nuovo. Non un “nuovo te”, ma una comprensione più profonda di quello che sei sempre stato.

No, non sempre. Esistono forme di perfezionismo adattivo che spingono verso il miglioramento senza generare sofferenza eccessiva.

Il problema emerge quando gli standard diventano così rigidi da non permettere flessibilità, quando l’errore diventa intollerabile, quando il proprio valore dipende esclusivamente dal raggiungimento di standard impossibili.

Il 92% dei buoni propositi fallisce per cinque motivi principali: obiettivi troppo vaghi (“mangiare sano” invece di “aggiungere verdura a pranzo”), ego depletion (la forza di volontà si esaurisce come una batteria), Fresh Start Effect temporaneo (motivazione artificiale di gennaio che crolla dopo 2-3 settimane), propositi introiettati (aspettative altrui, non desideri autentici), e mancanza di monitoraggio.

Se il 92% fallisce seguendo lo stesso modello, il problema non sei tu: è il sistema stesso dei buoni propositi che ignora la neurobiologia del cambiamento.

Il Blue Monday (terzo lunedì di gennaio) come “giorno più triste dell’anno” è un’invenzione marketing del 2005, senza alcuna validazione scientifica.

Però gennaio è davvero difficile per una convergenza di fattori: luce ridotta (che influenza neurotrasmettitori), fine festività, pressioni economiche, e fallimento dei propositi dell’anno precedente. Il Disturbo Affettivo Stagionale (SAD) colpisce il 5-20% degli italiani.

Il 65% degli psicologi italiani registra un aumento della domanda terapeutica a gennaio, con il 40% che nota obiettivi “poco realistici” nei pazienti.

Anche quando si raggiunge un obiettivo, questo viene immediatamente svalutato come “troppo facile” o “standard minimo”, annullando ogni possibilità di gratificazione. La pressione non viene dal mondo esterno ma da una voce interna che ripete costantemente che non si è ancora fatto abbastanza.

Coaching: Performance, obiettivi specifici, breve termine (settimane-mesi). Ti allena verso una destinazione che hai già scelto. Non tratta patologie.

Psicoterapia: Comprensione profonda, pattern inconsci, lungo termine (mesi-anni). Ti aiuta a capire perché quella destinazione è importante e se è davvero tua. Può diagnosticare e trattare disturbi.

Quando scegliere psicoterapia: I propositi falliscono sempre nello stesso modo, senti che “non sono davvero tuoi”, c’è autosabotaggio ricorrente, vuoi capire il “perché” dietro i comportamenti.

Il cambiamento terapeutico avviene su 4 livelli simultanei: cognitivo (ristrutturazione pensieri), emotivo (regolazione emozioni), comportamentale (nuove azioni), e relazionale (autenticità con l’altro).

Il 70% del successo dipende dall’alleanza terapeutica (qualità della relazione), più che dalle tecniche. La psicoterapia produce modifiche fisiche nel cervello (neuroplasticità): rafforza la corteccia prefrontale e riduce l’iperattività del sistema limbico.

Paradosso di Rogers: “Quando mi accetto per come sono, allora posso cambiare.” L’accettazione, non la guerra contro sé stessi, è il vero motore del cambiamento.

Dietro “devo dimagrire” può nascondersi un bisogno di accettazione. Dietro “devo essere produttivo” può nascondersi la paura del vuoto. Dietro “devo trovare partner” può nascondersi la fuga dalla solitudine interiore.

Quando questi bisogni profondi rimangono inconsapevoli, i propositi non possono soddisfarli: dimagrisci ma non ti senti più accettato, diventi produttivo ma il vuoto rimane.

Distinzione cruciale: Obiettivi da “devo” (rigidi, punitivi, ansia) vs obiettivi da “voglio” (flessibili, entusiasmo tranquillo). La psicoterapia aiuta a distinguere desideri autentici da quelli compensatori.

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