Giornata Mondiale Contro il Cancro 2026: Quando la Malattia Chiede di Essere Ascoltata

Giornata Mondiale Contro il Cancro: Quando la Malattia Chiede di Essere Ascoltata | Sabrina Papola
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La Giornata Mondiale Contro il Cancro si celebra ogni anno il 4 febbraio. Nel 2026 ricorre la ventiseiesima edizione di questa iniziativa globale, promossa dalla Union for International Cancer Control (UICC), che unisce oltre 170 paesi in un obiettivo comune: ridurre l’impatto del cancro sulla vita delle persone.

Ma dietro i numeri, le campagne di sensibilizzazione e gli slogan, c’è qualcosa che spesso resta in secondo piano: l’esperienza umana di chi riceve una diagnosi oncologica. Quella frattura silenziosa che attraversa non solo il corpo, ma l’intera esistenza.

Il Tema 2026: "United by Unique" — Uniti dall'Unicità

Il tema scelto per il triennio 2025-2027 è “United by Unique”, un messaggio che contiene una verità profonda: ogni percorso oncologico è unico.

Non esiste un modo “giusto” di ammalarsi, di reagire, di attraversare la paura. Ogni persona porta con sé la propria storia, le proprie relazioni, ciò che ha vissuto prima ancora che la malattia entrasse nella sua vita. Ed è da lì che riparte.

La campagna di quest’anno si articola attorno ad alcuni pilastri fondamentali:

Vedere la persona prima del paziente. Significa riconoscere che dietro ogni diagnosi c’è un nome, una voce, un mondo interiore che non si riduce a referti e protocolli terapeutici. Significa ricordare che chi ha un tumore non “è” la sua malattia, è una persona che sta attraversando un’esperienza di malattia.

Onorare l’unicità di ogni storia. Non esistono due percorsi oncologici identici, così come non esistono due vite identiche. Le emozioni che emergono, i significati che si attribuiscono all’esperienza, le risorse che si scoprono di avere (o di non avere) sono profondamente individuali.

Trasformare le storie in cambiamento. Quest’anno la campagna fa un passo ulteriore rispetto al 2025: dopo aver raccolto testimonianze, ora l’obiettivo è usarle per evidenziare cosa deve cambiare nei sistemi di cura, per renderli davvero centrati sulla persona.

È un invito che, come psicoterapeuta, sento profondamente vicino al mio lavoro quotidiano. Perché è esattamente questo che accade in uno spazio terapeutico: si parte dalla persona, non dalla diagnosi. Si ascolta la storia, non solo i sintomi.

Il Cancro non è solo una malattia del corpo

Quando si parla di tumori, l’attenzione si concentra, giustamente, su prevenzione, diagnosi precoce, terapie sempre più efficaci. L’Italia, in questo, è all’avanguardia: i tassi di mortalità oncologica sono in calo, la sopravvivenza a cinque anni è superiore alla media europea. Ogni anno si diagnosticano circa 390.000 nuovi casi, ma sempre più persone guariscono o convivono a lungo con la malattia.

Eppure c’è una dimensione che resta spesso invisibile: l’impatto psicologico della malattia.

I dati parlano chiaro. Oltre il 50% dei pazienti oncologici sviluppa una forma di disagio psicologico significativo. Il 20% attraversa una depressione clinica. Il 10% sperimenta livelli di ansia che interferiscono con la vita quotidiana e, talvolta, con l’aderenza stessa alle cure.

E c’è un dato ancora più significativo: i pazienti con sintomi depressivi non trattati hanno tassi di mortalità fino al 25% più elevati. Non perché la tristezza “causi” il cancro, ma perché il disagio psicologico interferisce con tutto — con la capacità di seguire le terapie, con il sistema immunitario, con la volontà stessa di curarsi.

Nonostante questo, in Italia solo meno del 20% dei pazienti riceve effettivamente supporto psico-oncologico. Uno scarto enorme tra il bisogno e la risposta.

Non sono numeri astratti. Sono persone che, accanto alla lotta contro la malattia, si trovano a fare i conti con emozioni travolgenti: paura, rabbia, senso di colpa, solitudine. E spesso, con la sensazione di non poterne parlare davvero con nessuno — perché gli altri “non capirebbero”, perché non si vuole essere un peso, perché ci si vergogna di non essere abbastanza forti.

Cosa significa davvero attraversare questa esperienza

Una diagnosi oncologica è un evento che capovolge il mondo. Non a caso, la campagna social di quest’anno si chiama “Upside Down Challenge”, la sfida sottosopra.

Quello che prima era certo, ora non lo è più. Il corpo, che si dava per scontato, diventa improvvisamente estraneo, fragile, fonte di preoccupazione costante. Il futuro, che si immaginava aperto, si restringe in un orizzonte incerto. Le priorità cambiano, i rapporti si ridefiniscono, l’immagine di sé vacilla.

È naturale, di fronte a tutto questo, sentirsi disorientati. Attraversare fasi diverse, dallo shock iniziale alla rabbia, dalla negoziazione alla tristezza… non è un segno di debolezza. È il modo in cui la psiche cerca di elaborare qualcosa di enorme, di trovare un senso in ciò che senso non sembra averne.

Psicoterapia di coppia a Roma | Sabrina Papola psicologa e psicoterapeutica

Le Fasi dell'Elaborazione

Non tutti attraversano le stesse fasi nello stesso ordine, ma ci sono esperienze emotive comuni:

Lo shock iniziale.
Quella sensazione di irrealtà, di “nebbia”, come se le parole del medico arrivassero da lontano. Molte persone descrivono questo momento come un distacco dal proprio corpo, una sorta di anestesia emotiva che permette di funzionare, almeno per un po’.

La rabbia.
“Perché proprio a me?” È una domanda legittima, anche se non ha risposta. La rabbia può dirigersi verso i medici, verso i familiari, verso sé stessi, verso un destino percepito come ingiusto. È un’emozione scomoda, spesso repressa, ma che ha bisogno di essere riconosciuta.

La negoziazione.
Quel tentativo, spesso inconsapevole, di riprendere il controllo: “Se faccio tutto giusto, se seguo ogni indicazione alla lettera, guarirò”. È un meccanismo comprensibile, ma che può trasformarsi in un peso enorme quando le cose non vanno come sperato.

La tristezza.
Non la depressione clinica, ma quel dolore profondo per ciò che si sta perdendo o si teme di perdere. Il corpo di prima, i progetti, le certezze, a volte i capelli o altre parti di sé. È un lutto, anche se la vita continua.

Le Emozioni che Nessuno Nomina

Ci sono sentimenti che raramente trovano spazio nelle conversazioni sulla malattia:

  • La rabbia verso il proprio corpo, verso il destino, verso chi sta bene
  • Il senso di colpa per non essere abbastanza forti, per essere un peso per gli altri
  • L’invidia… sì, anche quella, verso chi continua a vivere come se niente fosse
  • La stanchezza di dover sempre rassicurare gli altri, di “tenere duro”, di essere coraggiosi
  • Il terrore che non si riesce a dire ad alta voce, nemmeno a sé stessi
  • La vergogna per il proprio corpo che cambia, che tradisce

Queste emozioni non sono sbagliate. Sono profondamente umane. E hanno bisogno di uno spazio dove poter esistere senza giudizio, senza la pressione di dover “pensare positivo” o “essere forti”.

Il valore di uno spazio per essere ascoltati

Il supporto psicologico in ambito oncologico è qualcosa di più profondo di una tecnica per “gestire lo stress”. È la possibilità di dare voce a ciò che è difficile dire.

Non serve a cancellare il dolore, nessuno può farlo. Serve a non restare soli con esso.

C’è una differenza enorme tra affrontare la malattia in solitudine, con il peso di emozioni che non si possono esprimere, e attraversarla sapendo di avere uno spazio protetto dove tutto può essere detto. Dove non bisogna essere coraggiosi, dove non bisogna proteggere nessuno, dove si può finalmente smettere di recitare.

Cosa significa concretamente uno spazio terapeutico sicuro

Uno spazio terapeutico in ambito oncologico è un luogo dove:

Poter parlare della paura senza dover proteggere chi ascolta. Con i familiari, spesso, si tende a minimizzare per non preoccuparli. Con un terapeuta, questo filtro non è necessario.

Esplorare il significato che questa esperienza sta assumendo nella propria vita. Non tutti attribuiscono lo stesso senso alla malattia. Per alcuni è una battaglia, per altri una punizione, per altri ancora un’occasione di trasformazione. Non esiste un significato “giusto”, ma dare parole al proprio vissuto aiuta a non esserne sopraffatti.

Riconoscere le proprie risorse interiori, anche quando sembrano sepolte. La malattia ha un modo di far emergere parti di sé che non si conoscevano, vulnerabilità, ma anche forze. Un percorso terapeutico aiuta a superare il trauma senza negarlo, integrando l’esperienza nella propria storia di vita.

Elaborare le perdite — non solo fisiche, ma anche simboliche. La perdita dell’immagine di sé, dei progetti, delle certezze, del ruolo che si aveva in famiglia o nel lavoro. Sono lutti reali, che meritano di essere riconosciuti e attraversati.

La ricerca scientifica conferma ciò che l’esperienza clinica mostra ogni giorno: chi riceve un supporto psicologico adeguato non solo migliora la propria qualità di vita, ma spesso aderisce meglio alle terapie e affronta il percorso con maggiore consapevolezza.

Non si tratta di “guarire dalla paura”, sarebbe irrealistico e persino ingiusto chiederlo. Si tratta di imparare a stare dentro questa esperienza senza esserne sopraffatti. Di trovare un equilibrio, anche precario, anche provvisorio, che permetta di continuare a vivere, non solo a sopravvivere.

Supporto psicologico non solo per chi è malato

C’è un aspetto che viene spesso trascurato: il cancro non colpisce solo la persona che riceve la diagnosi. Colpisce un intero sistema di relazioni.

I familiari, i partner, i figli, gli amici stretti si trovano improvvisamente in una posizione difficile: vogliono aiutare, ma non sanno come. Si sentono impotenti, spaventati, a volte in colpa per il solo fatto di stare bene. Oscillano tra il bisogno di essere presenti e la fatica di reggere un peso che non avevano scelto.

Il carico invisibile di chi accompagna

Chi si prende cura di una persona malata vive spesso in una terra di mezzo emotiva:

  • Non può lamentarsi, perché “quello che sta male non è lui”
  • Non può crollare, perché deve “essere forte per entrambi”
  • Non può esprimere le proprie paure, perché sembrerebbero egoiste
  • Non può chiedere aiuto, perché “chi sta peggio è sempre qualcun altro”

Questo carico silenzioso ha un nome: burnout del caregiver. È reale, è diffuso, e ha conseguenze sulla salute fisica e mentale di chi accompagna.

Anche chi accompagna ha bisogno di essere accompagnato. Di avere uno spazio dove poter esprimere le proprie paure senza sentirsi egoisti. Dove elaborare la fatica di prendersi cura, senza perdere di vista sé stessi. Dove, magari, poter dire ad alta voce quella frase impronunciabile: “A volte non ce la faccio”.

Il percorso di supporto psicologico può includere anche questo: colloqui individuali per i caregiver, o momenti di lavoro congiunto che aiutino a ritrovare un equilibrio nella relazione, anche quando tutto intorno sembra instabile.

Perché prendersi cura di sé non è un tradimento verso chi è malato. È la condizione necessaria per poter continuare a esserci.

Quando chiedere aiuto

Non esiste un momento “giusto” per rivolgersi a uno psicoterapeuta durante un percorso oncologico. Può essere utile in qualsiasi fase: subito dopo la diagnosi, durante i trattamenti, in remissione, di fronte a una recidiva.

Alcuni segnali che indicano che potrebbe essere il momento di cercare supporto:

  • Difficoltà persistenti nel sonno, nell’alimentazione, nella concentrazione
  • Ansia che non si riesce a contenere, pensieri intrusivi sulla malattia
  • Sensazione di isolamento, anche quando si è circondati da persone care
  • Rabbia o irritabilità che interferiscono con le relazioni
  • Difficoltà a parlare della malattia, anche con chi è vicino
  • Sensazione di aver perso il senso di sé, di non riconoscersi più

Non è necessario aspettare di “stare molto male” per chiedere aiuto. Anzi, intervenire precocemente permette di costruire risorse emotive che saranno preziose lungo tutto il percorso.

Un sostegno per chi ne ha bisogno

Chi sta attraversando un’esperienza oncologica, come paziente o come familiare, non deve affrontare tutto questo da solo.

Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. È un atto di cura verso sé stessi, in un momento in cui c’è bisogno di tutta la cura possibile.

Nel mio studio a Roma, nel quartiere Prati, offro percorsi di supporto psicologico dedicati all’area oncologica. Non un protocollo standardizzato, ma un ascolto che parte dalla persona: dalla sua storia, dalle sue emozioni, da ciò di cui ha bisogno in quel momento.

Il mio approccio integra la psicoterapia psicodinamica con strumenti evidence-based, per un percorso che onora l’unicità di ciascuno, proprio come il tema di questa Giornata Mondiale ci ricorda, e al tempo stesso offre un contenimento concreto.

Per chi sente il bisogno di parlare con qualcuno che possa accompagnarlo in questo percorso, sono qui. È possibile contattarmi per un primo colloquio conoscitivo, senza impegno: uno spazio per capire insieme se questo percorso può essere d’aiuto.

Non esiste un momento “giusto”. Alcune persone sentono il bisogno subito dopo la diagnosi, altre durante i trattamenti, altre ancora a percorso concluso, quando ci si aspetterebbe di “stare bene” e invece non è così. Il segnale più importante è sentire che le emozioni stanno diventando un peso difficile da portare da soli.

Il primo passo è accettare che non si può “salvare” l’altro, né togliergli il dolore. Essere presenti, ascoltare senza per forza rispondere, rispettare i suoi tempi è già molto. Ed è importante ricordare che anche chi accompagna ha diritto a uno spazio per sé, prendersi cura della propria tenuta emotiva non è egoismo, è ciò che permette di continuare a esserci.

La ricerca lo conferma: chi riceve supporto psicologico affronta il percorso con maggiore consapevolezza, aderisce meglio alle terapie e riporta una qualità di vita significativamente migliore. Non si tratta di eliminare la paura, ma di avere uno spazio dove elaborarla, invece di esserne sopraffatti.

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