Chiedere aiuto psicologico: rinviare e fare il primo passo

Mano sospesa sopra un telefono prima di chiamare uno psicoterapeuta | Sabrina Papola Psicoterapeuta Roma
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Chiedere aiuto psicologico può sembrare semplice solo a chi non si trova nel momento di farlo. Non è raro che, quando finalmente si decide di chiamare uno psicoterapeuta, sia passato molto tempo da quando ce ne sarebbe stato bisogno. Il numero rimane segnato in rubrica per mesi, l’idea torna nei momenti più difficili e poi si allontana di nuovo. C’è un’esitazione che precede quasi sempre la richiesta, e ha radici più antiche e più articolate di quanto sembri.

Cosa significa davvero chiedere aiuto psicologico

La parola “aiuto”, quando si parla di sostegno psicologico, viene spesso intesa nel senso più immediato. Si pensa che chiedere aiuto significhi ricevere indicazioni, consigli, un metodo da applicare. Ci si presenta in studio aspettandosi che il professionista risponda con qualcosa di equivalente a una prescrizione: cosa pensare di una certa situazione, come gestire un’emozione, quali passi compiere.

Chiedere aiuto a uno psicoterapeuta è qualcosa di diverso e, in un certo senso, di più ambizioso. Non si tratta di ricevere risposte preconfezionate, ma di trovare uno spazio in cui le proprie esperienze, anche quelle più confuse o dolorose, possano essere ascoltate, riconosciute e nominate. Le difficoltà che si portano in seduta hanno quasi sempre un significato che attende di essere compreso, una storia personale che le ha rese possibili. Il lavoro terapeutico è il tempo che si dedica a quella comprensione.

Da questa prospettiva, ciò che chiamiamo “sintomo” non è esattamente un guasto da riparare. È, più spesso, il modo in cui qualcosa che è rimasto inascoltato cerca di farsi notare. Cambia, di conseguenza, anche l’orientamento del lavoro: invece di domandare “come si elimina”, ci si chiede “cosa sta dicendo”. È una differenza sottile, ma cambia tutto. Trasforma una battaglia contro sé stessi in un dialogo con la propria storia.

Lo psicoterapeuta offre, prima di tutto, una particolare qualità di ascolto: capace di cogliere ciò che si dice e anche ciò che resta in ombra, i collegamenti tra il presente e il passato, tra ciò che si sente e ciò che si fa, tra il sintomo e il senso che porta con sé.

Una diffidenza che viene da lontano: chiedere aiuto psicologico dopo la stagione dei manicomi

Per chi ha più di sessant’anni, le parole “salute mentale” raccontano una storia diversa da quella che evocano nelle generazioni più giovani. Per molti, quelle parole rimandano ai manicomi, alle strutture di contenimento, a una psichiatria che si occupava più di gestire la diversità che di curarla. La cornice culturale in cui sono cresciuti collocava la sofferenza psichica in un altrove inaccessibile e vagamente minaccioso, dove non si entrava per scelta e da cui non sempre si tornava.

La Legge 180 del 13 maggio 1978, comunemente nota come Legge Basaglia, ha segnato una cesura: in Italia i manicomi sono stati progressivamente chiusi e sostituiti da servizi territoriali pensati per restituire dignità e cittadinanza a chi attraversa momenti di sofferenza psichica. Eppure il cambiamento culturale, nelle famiglie e nelle generazioni, non procede alla stessa velocità della legge. Una parte di chi oggi avrebbe forse beneficio dal chiedere aiuto psicologico porta dentro di sé l’idea che la sola esistenza della richiesta sia un segnale di qualcosa di grave, di stigmatizzante, di pericolosamente vicino a una soglia da non oltrepassare.

Questo retaggio non interessa solo chi ha vissuto in prima persona quegli anni. Viene trasmesso, spesso senza parole, anche ai figli e ai nipoti. Si manifesta come un disagio diffuso quando in famiglia si nomina lo psicologo, in un certo tono di voce quando si parla di chi “ha avuto problemi”. La psicoterapia oggi è cosa profondamente diversa dalla psichiatria di contenimento di un tempo, ma certe ombre lunghe del passato continuano a frenare la richiesta anche quando la sofferenza è chiara e il bisogno presente.

Quando chiedere aiuto psicologico viene confuso con la ricerca di una soluzione rapida

Un’altra forma di esitazione, più sottile e per certi versi più diffusa, ha a che fare con un’idea distorta di cosa accada in seduta. Capita di incontrare persone che si rivolgono allo psicoterapeuta come si rivolgerebbero a un esperto di settore: con una domanda precisa, l’attesa di un’indicazione altrettanto precisa, la fiducia che esista una formula da applicare. “Cosa devo fare?” è una delle frasi più frequenti nei primi colloqui, ed è una domanda perfettamente comprensibile. Esprime stanchezza, desiderio di sollievo, voglia legittima di smettere di soffrire.

Il punto è che la psicoterapia non funziona così, e non perché sia un percorso volutamente complicato o evasivo. Funziona diversamente perché il sintomo non è mai solo un problema da rimuovere. È quasi sempre il modo in cui qualcosa, dentro di noi, cerca di farsi sentire. Un attacco di panico, un’insonnia che non passa, una relazione che si interrompe sempre allo stesso punto: dietro ognuno di questi fenomeni c’è una storia personale, ci sono significati che chiedono di essere riconosciuti. Eliminare il sintomo senza comprenderlo, quando è possibile, lascia intatto ciò che lo ha prodotto.

Lo psicoterapeuta non risponde a questa domanda con strategie o ricette, ma con la propria presenza e con la capacità di stare accanto a chi attraversa una difficoltà perché possa essere elaborata. Da questo lavoro lento e attento nasce un cambiamento più profondo di qualsiasi prescrizione.

Quando chiedere aiuto | Sabrina Papola Psicoterapeuta Roma

Quando si chiede aiuto psicologico ma il lavoro non comincia davvero

C’è poi una zona meno visibile, più ambigua, della difficoltà a chiedere aiuto psicologico. Riguarda chi prende l’iniziativa, fissa l’appuntamento, comincia il percorso. E tuttavia rimane, per molto tempo, al margine di ciò che sta facendo. Si presenta in seduta con un atteggiamento di osservazione, quasi spettatoriale. “Vediamo cosa esce fuori da questo lavoro”, dice. “Proviamo, poi si vedrà”.

Questa disposizione è del tutto comprensibile. Nasce spesso da una forma di prudenza, dalla paura di affidarsi, dal bisogno di mantenere il controllo su un terreno che si avverte come incerto. Eppure produce un effetto particolare: il percorso terapeutico inizia formalmente ma non comincia davvero, come una conversazione che si svolge sull’uscio della porta senza che nessuno faccia un passo dentro la stanza. Le sedute si susseguono, qualcosa si racconta, ma il lavoro più importante, quello che richiede di lasciarsi toccare da ciò che emerge, non viene avviato.

Riconoscere questo modo di stare in terapia non significa colpevolizzarsi. Significa accorgersi che esiste una forza interna che resiste al cambiamento anche quando il cambiamento è ciò che si desidera. Quella stessa forza che ha permesso di organizzare un equilibrio per sopravvivere alle difficoltà passate è oggi ciò che ostacola la possibilità di modificarlo. Il lavoro psicoterapeutico include, anche, il riconoscimento di questa resistenza silenziosa. Da quel riconoscimento, paradossalmente, comincia la trasformazione.

È utile, in questi casi, sapere che la resistenza non è un’eccezione: è una presenza ricorrente in qualsiasi percorso terapeutico significativo. Compare quando ciò che sta emergendo tocca aree sensibili, custodite con cura proprio perché difficili da attraversare. Si manifesta come l’improvvisa voglia di interrompere, come la sensazione che “tanto non serve a niente”, come la tentazione di cambiare argomento ogni volta che ci si avvicina a qualcosa di vero. Saperlo, prima ancora di iniziare, aiuta a non confonderla con un fallimento del lavoro. Spesso, al contrario, è il segno che il lavoro sta andando dove deve.

Come fare il primo passo per chiedere aiuto psicologico

Le forme di esitazione di cui si è parlato, la diffidenza che viene da lontano, la fantasia della soluzione rapida, la difficoltà a entrare davvero in un percorso iniziato, hanno una caratteristica comune. Non sono ostacoli da rimuovere prima di iniziare, ma elementi che fanno parte, quasi sempre, dell’esperienza di chi si avvicina alla psicoterapia. Pensare che chiedere aiuto psicologico richieda di essere già pronti, motivati, lucidi sulla propria sofferenza, finirebbe per spostare ancora più in là un passaggio già di per sé delicato.

Ciò che lo rende possibile, allora, non è l’attesa di un momento perfetto, ma alcuni gesti piccoli e accessibili, che possono essere compiuti anche quando dentro non si sente alcuna certezza.

Il primo gesto è il più semplice, e per questo spesso non viene fatto: scrivere ciò che si sta vivendo, anche in modo disordinato. Non serve un linguaggio tecnico, non serve una diagnosi. Basta provare a mettere su carta, o in una nota del telefono, le sensazioni, i pensieri ricorrenti, gli episodi che hanno colpito di più. Lo scopo non è arrivare a un testo definitivo, ma cominciare a separare ciò che si sente da ciò che si pensa di dover sentire. Questo gesto, in molti casi, fa già emergere una prima forma di chiarezza.

Il secondo passaggio riguarda la scelta del professionista, ed è un momento più importante di quanto sembri. Leggere ciò che uno psicoterapeuta scrive (sull’approccio, sulla propria pratica clinica, sul modo in cui presenta sé stesso) permette di farsi un’idea del tono in cui si potrebbe svolgere il lavoro. Non è solo una questione di credenziali. È anche una questione di sintonia possibile: ci si fida di chi sembra parlare un linguaggio in cui ci si riconosce, almeno in parte.

Vale comunque la pena verificare le credenziali formali, perché orientano il tipo di lavoro che ci si può aspettare. L’iscrizione all’Albo degli Psicologi è il requisito di base; l’eventuale specializzazione in psicoterapia, conseguita dopo una scuola quadriennale riconosciuta, indica una formazione clinica vera e propria. Una stessa qualifica, va detto, può corrispondere a stili di lavoro molto diversi: alcuni più diretti, altri più attenti all’ascolto di ciò che resta in ombra, altri ancora più orientati a fornire strumenti operativi. Conoscere la differenza aiuta a scegliere il percorso più aderente a ciò che si sta cercando.

Il terzo passaggio è prenotare un primo colloquio conoscitivo, un incontro che non vincola a iniziare un percorso. Serve per raccontare ciò che si sta attraversando, per ascoltare come il professionista accoglie ciò che viene portato, per verificare se quel modo di lavorare può essere utile in quel momento. Spesso, già durante questo primo incontro, la sensazione di solitudine rispetto alla propria sofferenza si attenua: nominare ciò che si sente davanti a qualcuno che ascolta in un certo modo è, di per sé, un’esperienza diversa dal pensarlo da soli.

Il quarto gesto è forse il meno intuitivo, e proprio per questo il più importante: portare in seduta non solo il problema, ma anche il dubbio sull’opportunità di essere lì. Le esitazioni, i ripensamenti, la sensazione di non essere convinti, fanno parte del materiale terapeutico, non sono un ostacolo da risolvere prima di iniziare. Dire al proprio psicoterapeuta “non sono sicuro che questo posto faccia per me” è già un atto di partecipazione al lavoro, non un suo rifiuto.

Nessuno di questi gesti richiede di essere già pronti. Il riconoscimento del peso di ciò che si sta vivendo è già, in sé, un punto di partenza. Tutto il resto comincia da lì.

Non esiste un momento oggettivamente giusto, e attendere che la sofferenza diventi insostenibile spesso prolunga inutilmente il malessere. Un buon indicatore è la percezione che ciò che si ha a disposizione per affrontare la propria vita (strategie, relazioni, risorse interne) non basti più, oppure che alcune difficoltà tornino in forme simili nonostante gli sforzi consapevoli: una forma di ansia che non si attenua, un’irritabilità che cresce, una tristezza che si stabilizza. Anche un momento di apparente stallo, in cui nulla sembra muoversi, può essere un’occasione per fermarsi e provare a comprendere. Riconoscere il bisogno è già, in sé, un primo passaggio significativo.

No. La psicoterapia non è riservata a chi è “malato”: si rivolge a chi attraversa un periodo di difficoltà, a chi desidera comprendere meglio se stesso, a chi sente il peso di pattern relazionali o emotivi che si ripetono. Da quando la Legge Basaglia del 1978 ha avviato il superamento della logica manicomiale, il modello di cura della sofferenza psichica si è profondamente trasformato, e oggi rivolgersi a uno psicoterapeuta a Roma o in qualsiasi altra città è un gesto di consapevolezza, non un’ammissione di patologia. Permane talvolta una rappresentazione culturale ancora legata al passato, che può rendere più difficile il primo passo

No. La psicoterapia non funziona offrendo consigli o indicazioni operative, e non perché lo psicoterapeuta li abbia e li trattenga, ma perché un consiglio applicato dall’esterno raramente produce un cambiamento profondo. Il lavoro consiste piuttosto nel creare uno spazio in cui le proprie esperienze, anche le più confuse, possano essere comprese nel loro significato. Da questa comprensione nascono trasformazioni che riguardano il modo in cui si sente, si pensa e si vive, non l’esecuzione di indicazioni esterne.

Il primo colloquio è uno spazio di conoscenza reciproca. Lo psicoterapeuta ascolta ciò che porta in seduta la persona, pone alcune domande aperte per comprendere la natura del disagio e la sua storia, e insieme si valuta se quel tipo di lavoro può essere utile in quel momento. Si tratta di un incontro non vincolante: serve anche per verificare se esiste una compatibilità sufficiente perché un percorso possa avere senso. Per chi vuole farsi un’idea preliminare, le informazioni sul primo colloquio raccolgono alcune indicazioni pratiche.

La durata di una psicoterapia varia molto a seconda del tipo di lavoro che si intraprende, della natura delle difficoltà e degli obiettivi che emergono nel percorso. Esistono percorsi più brevi e focalizzati su sintomi specifici e percorsi più lunghi, orientati a una trasformazione più profonda della propria modalità di funzionamento. Non è raro che la stessa persona, nel corso della propria vita, attraversi momenti di percorso più intensi alternati a pause. Una panoramica su durata e costi della psicoterapia può essere utile per orientarsi prima di iniziare.

La paura di chiedere aiuto raramente scompare prima del primo passo: più spesso si attenua nel momento in cui quel primo passo viene comunque compiuto. Riconoscere che la paura ha una sua storia personale, magari legata a rappresentazioni familiari della psicoterapia o a esperienze precedenti, non la elimina, ma le toglie il potere di essere l’unico criterio di scelta. Talvolta è sufficiente prenotare un primo colloquio conoscitivo per accorgersi che ciò che si temeva è diverso da ciò che effettivamente accade in uno studio di psicoterapia.

Lo psicologo è un professionista laureato in Psicologia e abilitato all’esercizio della professione tramite l’iscrizione all’Albo: può occuparsi di valutazione, diagnosi psicologica, sostegno. Per esercitare la psicoterapia, invece, è necessario aver conseguito anche una specializzazione quadriennale post-lauream presso una scuola riconosciuta. Lo psicoterapeuta è dunque una figura che, oltre alla laurea e all’abilitazione, ha completato un percorso di formazione clinica specifica e può occuparsi del trattamento dei disagi psichici attraverso un lavoro terapeutico vero e proprio. Sapere a quale figura ci si sta rivolgendo orienta il tipo di lavoro che ci si può aspettare.

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