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Togglell 15 marzo 2026 ricorre la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, una ricorrenza dedicata alla sensibilizzazione sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). È un momento di sosta necessario dal frastuono di una società che ci richiede sempre più performanti, visibili e “perfetti”, per riflettere su una realtà che tocca da vicino sempre più famiglie italiane.
Secondo i dati più recenti del Ministero della Salute, oltre 3 milioni di persone convivono con un Disturbo della Nutrizione e dell’Alimentazione. Negli ultimi anni si è assistito a un incremento preoccupante dei nuovi casi e a un abbassamento drastico dell’età di insorgenza: oggi la sofferenza legata al cibo può presentarsi già dagli 8-10 anni. Questi numeri raccontano di un dolore che fatica a trovare le parole e che sceglie il corpo come territorio per esprimersi.
Per questo la Giornata del Fiocchetto Lilla ci invita a metterci in ascolto: i disturbi alimentari non sono solo numeri in crescita, ma fratture profonde nell’anima e nel corpo che, se ignorate, comportano conseguenze devastanti sulla salute fisica, sulla libertà individuale e sul tessuto delle relazioni. Affrontare questi temi significa sospendere il giudizio e provare a comprendere cosa accade quando il rapporto con il cibo smette di essere legato al piacere e al nutrimento.
Cosa sono i DCA: oltre lo specchio e il piatto
È essenziale chiarire che i Disturbi del Comportamento Alimentare non raccontano di una “dieta finita male” o di una mancanza di autodisciplina. Sono patologie psichiatriche complesse che colpiscono simultaneamente la mente e il corpo. Soffrire di un DCA significa tramutare il pensiero del cibo e del proprio peso corporeo in un’ossessione totalizzante, in una lente che distorce la percezione di sé, delle proprie emozioni e delle relazioni.
Le forme più diffuse includono l‘Anoressia Nervosa (restrizione calorica e body dysmorphia, ovvero la percezione distorta di sé), la Bulimia Nervosa (abbuffate seguite da condotte di compensazione come l’induzione volontaria al vomito) e il Binge Eating Disorder (abbuffate incontrollate senza compensazione, vissute con un profondo senso di vergogna).
Un elemento fondamentale, spesso trascurato, è la componente soggettiva: ogni paziente fa un uso diverso del cibo a seconda della propria storia e della propria condizione interiore. I DCA non hanno una forma unica, ma si modellano sui bisogni emotivi irrisolti di ciascuna persona.
Un falso mito da sfatare: i disturbi alimentari non sono una “questione femminile”, ma colpiscono persone di qualsiasi età, peso e genere. Negli uomini il disturbo è spesso meno visibile perché meno raccontato dalla società e mascherato dietro l’ideale di un corpo atletico o muscoloso. Questo “silenzio sociale” rende più difficile per un uomo riconoscersi in difficoltà e chiedere aiuto.
I DCA in adolescenza: emozioni, identità e paura di crescere
Parlare di disturbi alimentari in adolescenza significa confrontarsi con una fase della vita già di per sé densa di conflitti e trasformazioni. Tre dimensioni si intrecciano in modo particolare in questa fascia d’età.
La prima riguarda gli stati affettivi. Gli adolescenti con DCA faticano spesso a riconoscere le proprie emozioni: quando una minima consapevolezza emotiva è presente, queste emozioni vengono vissute come incontrollabili, mutevoli, intense, dolorose e minacciose. Il corpo e il cibo diventano allora un territorio su cui scaricare ciò che non si riesce a nominare.
"Gli adolescenti con DCA spesso non hanno consapevolezza delle loro esperienze emotive, o le vivono come incontrollabili e minacciose. Il cibo diventa un modo per gestire — o evitare — quello che si sente dentro."
La seconda dimensione riguarda i pattern cognitivi: il controllo del cibo può rappresentare un tentativo di fronteggiare la sensazione di perdita di controllo sulla propria vita, offrendo un senso paradossale di sicurezza e protezione. C’è poi una dinamica sottile ma molto significativa: la paura di crescere. Non mangiare, ridurre il proprio peso, può diventare un modo inconscio per restare in un corpo con fattezze infantili — rimandare l’ingresso nell’età adulta e i compiti evolutivi che essa porta con sé, con effetti concreti sullo sviluppo endocrino e sulla maturazione sessuale.
La terza dimensione è quella relazionale. Gli adolescenti con DCA tendono a vivere i contesti sociali come minacciosi, il che rinforza condotte di isolamento mentre si intensifica l’attaccamento alle figure genitoriali. La dottoressa Papola individua in questo schema un arresto del processo di separazione-individuazione, riconducibile alla difficoltà di un caregiver di fornire cure adeguate durante lo sviluppo: i sintomi manifestati dal paziente possono essere il tentativo di far fronte a questo bisogno evolutivo rimasto irrisolto. Le relazioni di questi ragazzi si caratterizzano spesso per dipendenza affettiva ed esclusività emotiva.
Quando lo schermo diventa specchio: la pressione digitale
Nel panorama attuale, i social media amplificano la pressione estetica attraverso filtri e stili di vita idealizzati. Per un adolescente in fase di costruzione della propria identità, la costante esposizione a corpi “perfetti” può diventare terreno fertile per lo sviluppo di un DCA. La validazione attraverso i “like” sostituisce spesso il senso di valore interno, trasformando lo smartphone in uno specchio deformante che alimenta il confronto costante e il senso di inadeguatezza.
Il significato del sintomo: la prospettiva psicodinamica
Mentre la psichiatria descrive i sintomi, la psicologia psicodinamica cerca di comprenderne il senso. Hilda Bruch, pioniera in questo campo, descriveva i suoi pazienti con DCA come prigionieri di una “paralizzante sensazione di inefficacia”. Nella prospettiva psicodinamica, l’anoressia diventa un tentativo disperato di definire un confine, di individuare un limite sicuro e controllato all’interno del quale poter esistere.
Come suggeriva Mara Selvini Palazzoli, controllare il corpo rappresenta, per chi soffre di disturbi alimentari, l’unico modo per sentirsi “padroni” di sé in un mondo veloce e incerto. Bulimia e Binge Eating agiscono invece come “contenitori”: l’abbuffata cerca di colmare un vuoto affettivo o di anestetizzare sentimenti forti come la rabbia e la solitudine, spesso troppo intensi da gestire.
La maschera della perfezione: la vergogna e il segreto
Uno degli aspetti più dolorosi e meno visibili dei DCA è il senso di vergogna profondo che accompagna ogni gesto legato al cibo. Chi soffre vive spesso una doppia vita: da un lato la necessità di rispondere alle aspettative sociali, dall’altro una lotta estenuante con il proprio corpo vissuta come una colpa inconfessabile.
Questa vergogna spinge a mascherare sistematicamente il problema. Si diventa maestri nell’arte del nascondersi: si inventano scuse per non partecipare a cene conviviali, si indossano abiti larghi per celare il corpo, si finge di aver già mangiato o si simula una “nuova passione” per il salutismo estremo. Il cibo diventa un segreto da consumare in solitudine, per timore che se gli altri “scoprissero” la verità, il giudizio sarebbe inappellabile.
Questa segretezza non è mancanza di onestà, ma una difesa disperata per proteggere un nucleo di fragilità che la persona non si sente ancora pronta a mostrare.
Campanelli d'allarme: riconoscere l'invisibile
Identificare precocemente il disturbo può cambiare significativamente la prognosi. Va detto con onestà clinica, però, che non esistono segnali univoci e assoluti capaci di predire con certezza lo sviluppo di un DCA. In adolescenza — un periodo di profondi cambiamenti fisici e psicologici — alcuni comportamenti che potrebbero sembrare patologici possono essere semplicemente transitori e rientrare nel normale corso dello sviluppo.
"In adolescenza alcuni fattori che potrebbero essere definiti 'patologici' potrebbero essere solo transitori: terminato questo periodo, ogni ragazzo può tornare a un pacifico rapporto con il proprio corpo e con il cibo. Non è detto che segnali precoci portino necessariamente a un DCA."
Esistono tuttavia dei fattori di rischio che vale la pena conoscere: fattori genetici e fisiologici (avere un familiare di primo grado con un DCA aumenta la probabilità), fattori ambientali (vivere in contesti culturali che esaltano la magrezza) e fattori temperamentali (la presenza di disturbi d’ansia o tratti ossessivi nell’infanzia può rappresentare un elemento di vulnerabilità).
Oltre ai cambiamenti comportamentali, è importante osservare i segnali fisici: stanchezza cronica, caduta dei capelli, sensazione costante di freddo o, nelle ragazze, la scomparsa del ciclo mestruale (amenorrea).
I principali segnali psicologici da monitorare:
- Isolamento: evitare cene o feste per non dover gestire il cibo davanti agli altri.
- Ritualità: sminuzzare il cibo ossessivamente o pesarsi più volte al giorno.
- Ortoressia e Vigoressia: l’ossessione per il cibo “pulito” o per un corpo eccessivamente muscoloso, con ansia estrema quando non si può seguire la propria dieta “perfetta”.
Neurobiologia: perché la "forza di volontà" non basta
Spesso sentiamo dire: “Basterebbe che si sforzasse un po’ di più”. La scienza, però, ci dice che nei DCA la forza di volontà è la prima vittima, non la soluzione. Quando il corpo entra in uno stato di restrizione calorica o vive i picchi glicemici tipici delle abbuffate, la biochimica cerebrale subisce una trasformazione profonda.
La corteccia prefrontale, l’area deputata al controllo degli impulsi e al processo decisionale, perde la sua capacità di regolazione. Contemporaneamente, i circuiti della dopamina (legati alla ricompensa) e della serotonina (legata al tono dell’umore) si alterano. Il risultato è un cervello in modalità “emergenza”: il pensiero diventa rigido, monocromatico e ossessivo.
Chiedere a chi soffre di un DCA di “usare la volontà” è come chiedere a una persona con le vertigini di camminare su una fune: il sistema di equilibrio interno è temporaneamente compromesso e serve un aiuto esterno per ripristinarlo.
Guida pratica per i familiari: il potere di una comunicazione consapevole
Quando un disturbo alimentare entra in casa, l’atmosfera si fa densa di ansia e impotenza. I genitori e i partner spesso oscillano tra la rabbia e il terrore, finendo involontariamente per alimentare il conflitto attorno al piatto.
Le trappole comunicative da evitare:
- La focalizzazione sul sintomo: centrare il discorso esclusivamente sul peso o sulle calorie rinforza l’idea che il valore della persona risieda solo nell’aspetto fisico.
- La svalutazione del dolore: liquidare il disturbo come un capriccio nega la profondità della sofferenza, portando la persona a sentirsi ancora più incompresa.
- La colpevolizzazione: usare la propria sofferenza come leva per il cambiamento spinge il paziente verso una segretezza ancora maggiore.
I ponti per una comunicazione autentica:
- Spostare il focus sull’emotività: interessarsi allo stato d’animo, alla stanchezza, alla tristezza, bypassare il “contenitore” (il cibo) per arrivare al contenuto (la persona).
- Validazione e ascolto attivo: offrire una presenza solida e non giudicante. L’obiettivo non è dare consigli medici improvvisati, ma restare vicini senza fuggire davanti alla complessità.
- Corresponsabilizzazione: presentare il percorso di cura come un progetto collettivo, non come la “correzione” del singolo.
La terapia aiuta non solo il paziente ma, in primo luogo, la famiglia a passare dal ruolo di “poliziotto del piatto” a quello di porto sicuro emotivo.
Le prime fasi del percorso terapeutico: il sintomo come porta d'ingresso
Uscire da un disturbo alimentare è un cammino lungo e non lineare, che richiede coraggio e una rete di cura solida. Per orientarsi in questo percorso, è utile comprendere una distinzione fondamentale che lo psicoterapeuta ha ben presente fin dal primo colloquio.
L’anoressia nervosa è un disturbo egosintonico: chi ne soffre non percepisce il problema come tale, poiché trova una coerenza tra i propri pensieri e i propri comportamenti. La bulimia nervosa è invece egodistonica: la persona riconosce la problematica e, in genere, è più motivata ad accedere a un percorso di cura. Questa differenza orienta in modo significativo le primissime fasi del lavoro terapeutico.
"Chi riesce ad accedere a un percorso di psicoterapia porta in prima battuta il sintomo. È utile esplorare come si presenta e a cosa è associato: quali stati d'animo lo accompagnano, se ci sono stimoli trigger che facilitano specifiche condotte. Nelle primissime fasi del lavoro è fondamentale stare sulla sfera emotiva, che in alcuni soggetti è impossibile da accedere — il DCA serve proprio per modulare o contenere uno stato d'animo, indicando l'assenza di una vera alfabetizzazione emotiva."
Imparare a riconoscere cosa si prova, dare un nome alle emozioni e costruire strumenti alternativi al cibo per gestirle non è un lavoro semplice né rapido. È però il fondamento su cui si costruisce ogni cambiamento duraturo. In molti casi il DCA ha svolto la funzione di unico “regolatore emotivo” disponibile per anni: smontarlo richiede tempo, fiducia e la disponibilità a tollerare una certa dose di incertezza.
Il primo passo verso la libertà: l'importanza di un approccio integrato
Uscire da un disturbo alimentare non significa “tornare a mangiare come prima”, ma costruire un rapporto nuovo e sereno con il cibo e, soprattutto, con la propria esistenza. La guarigione è un percorso che richiede pazienza e un approccio integrato: nessuna figura professionale può farcela da sola, e la risposta sta nella sinergia tra lo psicoterapeuta, il nutrizionista e il medico.
All’interno di questo coro di cure, la psicoterapia ad orientamento psicodinamico offre lo spazio protetto per guardare dietro la maschera della vergogna. Il lavoro terapeutico non mira a “correggere” un comportamento, ma a comprendere quale bisogno emotivo quel comportamento cercava di soddisfare. Significa trasformare il digiuno in parola, la rabbia in espressione, la paura in consapevolezza.
Il primo passo è sempre il più difficile, perché richiede di rinunciare all’illusione del controllo assoluto per affidarsi a qualcuno. Ma è proprio in questo affidarsi che inizia la libertà.
Se riconosci alcuni di questi segnali in te stesso o in una persona cara, ricorda che chiedere aiuto è un atto di coraggio, non di debolezza. Nel mio studio a Roma Prati, offro un approccio che tiene conto sia degli aspetti psicologici che relazionali, lavorando insieme per riscoprire un rapporto sereno con il cibo e con se stessi. Il primo passo è sempre il più difficile, ma non devi farlo da solo.
Cosa sono i disturbi del comportamento alimentare?
I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono patologie psichiatriche complesse che colpiscono simultaneamente la mente e il corpo. Non si tratta di una scelta o di una mancanza di autodisciplina, ma di condizioni in cui il pensiero legato al cibo e al peso corporeo diventa un’ossessione totalizzante, distorcendo la percezione di sé, delle emozioni e delle relazioni. Le forme principali sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating disorder.
Quali sono i segnali di un disturbo alimentare?
I segnali possono essere fisici — stanchezza cronica, caduta dei capelli, sensazione costante di freddo, amenorrea nelle ragazze — o psicologici, come l’isolamento sociale per evitare situazioni legate al cibo, rituali ossessivi durante i pasti, preoccupazione eccessiva per il peso o per il “cibo pulito”. In adolescenza alcuni segnali possono essere transitori: se persistono nel tempo o si intensificano, è opportuno rivolgersi a uno specialista.
Qual è la differenza tra anoressia, bulimia e binge eating?
L’anoressia nervosa si caratterizza per una restrizione calorica severa e una percezione distorta del proprio corpo. La bulimia nervosa prevede episodi di abbuffata seguiti da condotte di compensazione, come il vomito autoindotto. Il binge eating disorder è invece contraddistinto da abbuffate incontrollate senza compensazione, vissute con un forte senso di vergogna. Tutte e tre le condizioni richiedono un trattamento specialistico e un approccio integrato.
Come si cura un disturbo alimentare?
Il trattamento dei DCA richiede un approccio integrato che coinvolge più figure professionali: lo psicoterapeuta, il nutrizionista e il medico. La psicoterapia ad orientamento psicodinamico lavora sulle cause profonde del disturbo, aiutando la persona a comprendere quali bisogni emotivi si nascondono dietro il sintomo. La guarigione non significa “tornare a mangiare come prima”, ma costruire un rapporto nuovo e più sereno con il cibo e con se stessi.
Come posso aiutare un familiare con un disturbo alimentare?
Il primo passo è evitare di focalizzare il discorso sul peso o sulle calorie, e non svalutare la sofferenza come un capriccio. È più utile spostarsi sul piano emotivo — chiedere come sta, ascoltare senza giudicare, offrire una presenza stabile. Incoraggiare con delicatezza la ricerca di un supporto professionale è fondamentale: il percorso di cura non riguarda solo il paziente, ma coinvolge l’intero sistema familiare.