Studenti fuori sede: quando la nostalgia di casa pesa

Stanza in affitto di uno studente fuori sede con valigia ancora aperta | Sabrina Papola
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La prima volta capita spesso al supermercato, si resta davanti allo scaffale dei detersivi senza sapere quale si usava a casa, perché a casa qualcuno lo sceglieva e basta. È una cosa minuscola, quasi ridicola, e proprio per questo difficile da raccontare al telefono. Eppure è lì, fra una stanza in affitto e un’aula da trecento posti, che per molti studenti comincia qualcosa che non ha ancora un nome.

Cos'è la nostalgia di casa negli studenti fuori sede

La nostalgia di casa è il disagio che accompagna una separazione, reale o imminente, dal luogo in cui si è cresciuti. Così la definisce uno studio pubblicato nel 2012 sul Journal of American College Health, che ricorda anche quanto sia comune tra chi si allontana a lungo da casa. Negli studenti fuori sede raramente si presenta con il suo nome.

Più spesso prende altre forme. Una stanchezza che il sonno non toglie, la concentrazione che non regge sui libri, un’irritazione sproporzionata per il coinquilino che lascia i piatti nel lavandino. Oppure il biglietto del treno comprato già il martedì, per tornare il venerdì. A volte è una telefonata a casa che dura un’ora e lascia più tristi di prima.

Lo stesso studio indica alcuni fattori che rendono il distacco più faticoso. Lo stress che si accumula, una certa ansia nelle situazioni sociali, la quantità di cambiamenti da affrontare tutti insieme, e un legame con i genitori vissuto come poco sicuro. Nessuno di questi elementi parla di debolezza. Parlano di quanto terreno si sposta sotto i piedi nello stesso momento.

Perché in Italia diventare studenti fuori sede è un distacco precoce

In Italia si lascia la casa dei genitori tardi. Secondo le stime di Eurostat, nel 2024 l’età media era di trent’anni, contro i ventisei della media europea.

Chi parte a diciannove anni per l’università, quindi, fa un passaggio che molti coetanei rimandano di un decennio. Lo fa spesso senza esempi vicini, in una cultura in cui restare in famiglia è la norma. Anche per questo il distacco può sembrare una cosa da affrontare in silenzio, come se si fosse gli unici a trovarla difficile.

Cosa si lascia davvero quando si diventa studenti fuori sede

Si pensa subito alle persone, e mancano davvero. Ma con la partenza se ne va anche una rete di funzioni che nessuno aveva mai nominato. Qualcuno che si accorgeva di un umore storto prima ancora di una parola, i pasti a orari fissi, il fatto di essere conosciuti in un posto, dal panettiere all’autobus del mattino.

Una città nuova non sa niente di chi arriva. Per qualcuno è una libertà che si aspettava da anni, per altri è uno spaesamento più profondo, perché una parte di sé, quella che veniva riconosciuta senza sforzo, adesso va presentata ogni volta da capo.

Solitudine e studenti fuori sede, quando si è circondati

La solitudine del primo anno ha una caratteristica che la rende difficile da ammettere. Succede in mezzo alla gente, a lezione, alle feste, nelle cucine condivise. Da fuori sembra una vita piena, e sui social quella degli altri sembra ancora più piena.

Quando la paura del giudizio diventa il filtro con cui si entra in ogni stanza, il ritiro può trasformarsi in abitudine. In quei casi vale la pena capire se dietro c’è una forma di ansia sociale che la distanza da casa ha reso più visibile.

Le aspettative della famiglia e il senso di colpa di chi parte

C’è poi un peso che si porta in valigia. L’affitto pagato dalla famiglia, i sacrifici fatti perché quella partenza fosse possibile, le aspettative, dette o non dette. Stare male in queste condizioni può sembrare un lusso che non ci si può permettere.

Capita che l’approvazione arrivi insieme a una condizione mai pronunciata. Si può andare a studiare in un’altra città invece di restare nell’attività di famiglia, però bisogna dimostrare che ne è valsa la pena. Voti alti, laurea nei tempi, un lavoro che corrisponda al titolo. Se il conto non torna, resta la sensazione di aver sprecato un’occasione che altri hanno pagato.

Quando ero all’università l’ho visto succedere a più di una mia amica, arrivata a Roma da un paese dove le prospettive erano soprattutto quelle dell’attività di casa. La conseguenza più frequente era un rapporto pesantissimo con gli esami, rimandati per settimane in attesa di sentirsi pronte al cento per cento, perché un voto medio non contava come voto ma come prova che la partenza era stata un errore.

Così, al telefono, la risposta diventa quasi sempre la stessa. Va tutto bene. È una frase che protegge chi sta a casa e, nello stesso tempo, lascia più soli chi la pronuncia. Il senso di colpa per un disagio che non sembra giustificato tende a pesare quanto il disagio stesso.

Studenti fuori sede e la promessa della città grande

C’è anche un’aspettativa che riguarda il posto. Si parte convinti che la città grande contenga di per sé le occasioni che mancavano a casa, e che basti arrivarci. Per qualche mese la novità regge, poi si vede anche il resto.

Le amiche che ho visto partire con questa idea si sono scontrate, di solito entro il secondo semestre, con l’altra faccia della città. Più concorrenza, meno spazio per farsi notare, e la fatica di costruire rapporti di studio o di lavoro in cui ci si aiuti davvero. Diverse, finita l’università, sono tornate al paese oppure sono rimaste facendo un lavoro che con la laurea non c’entrava.

Quando la delusione arriva, raramente viene attribuita alla città. Viene attribuita a sé. Il paragone con chi sembra averci messo meno tempo diventa l’unità di misura di ogni giornata, e in questo clima l’idea di tornare a casa si presenta come una resa, invece che come una delle strade possibili.

Studente seduto da solo in una cucina condivisa di sera | Sabrina Papola

Quando il disagio degli studenti fuori sede racconta una storia più antica

Un’indagine internazionale promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità su quasi quattordicimila studenti del primo anno in otto Paesi, pubblicata nel 2018 sul Journal of Abnormal Psychology, ha rilevato che circa uno su tre presentava i segnali di almeno un disturbo psicologico comune nel corso della vita. Nella maggior parte dei casi le difficoltà erano cominciate nella prima o media adolescenza, prima dell’università.

È un dato che aiuta a leggere il primo anno fuori casa in un altro modo. La partenza, il più delle volte, non crea il disagio dal nulla. Toglie i sostegni che lo tenevano in equilibrio, e lo rende visibile.

Per questo lasciare casa può riaprire domande che sembravano chiuse. Come sono andate le separazioni precedenti, i primi giorni di scuola, le vacanze lontano dai genitori. Quanto spazio c’era, in famiglia, per crescere senza sentirsi in colpa. Nel lavoro con i ragazzi che arrivano in studio in questa fase, questi fili emergono spesso prima ancora che si parli di università.

Tornare a casa ogni weekend, rifugio o rinvio?

Il treno del venerdì è una delle scelte più comuni, ed è comprensibile. Tornare restituisce per due giorni tutto quello che manca, e a volte è proprio ciò che permette di reggere la settimana successiva.

Altre volte però il rientro continuo tiene la nuova vita sempre a metà. Nessun sabato in città, nessun legame che abbia il tempo di formarsi, e il lunedì che ogni volta ricomincia da zero. Non c’è una regola giusta per tutti. Conta capire se quel viaggio sostiene un passaggio o lo rimanda.

C’è anche un’esperienza che sorprende molti al primo rientro lungo, spesso a Natale. La propria stanza è rimasta uguale, ma qualcosa non combacia più. Ci si sente un po’ ospiti nella casa in cui si è cresciuti e, insieme, non ancora del tutto di casa nella città nuova. Stare nel mezzo, per un periodo, fa parte del passaggio.

Come la psicoterapia può accompagnare gli studenti fuori sede

Una parte del disorientamento iniziale è fisiologica e, per molti, si attenua man mano che la città diventa familiare. Chiedere aiuto diventa utile quando le settimane passano e il peso resta uguale. Quando il sonno si scompone, gli esami vengono rimandati uno dopo l’altro, si esce sempre meno dalla stanza, o si comincia a pensare di lasciare tutto senza riuscire a dirlo a nessuno.

Per alcuni il segnale arriva dagli esami. La prima sessione si avvicina e lo studio si blocca, e rimandare diventa l’unico modo per non consegnare un risultato che non reggerebbe il confronto con le aspettative di casa.

Molti atenei offrono agli iscritti un servizio di ascolto psicologico, che può essere un primo punto di contatto. Accanto a questo, un percorso individuale offre uno spazio che non dipende dalle aspettative della famiglia né dal rendimento negli esami. In studio mi interessa capire che cosa la distanza ha toccato, più che supportarli nel gestirla.

Spesso il nodo non è la città nuova, ma il modo in cui si è imparato a stare lontani da chi si prende cura di noi. Lavorare su questo permette di elaborare la separazione invece di subirla, e a volte di scoprire che l’autonomia era già lì, in attesa di un po’ di spazio. Il passo più difficile resta quello iniziale, e le ragioni per cui tanti rimandano la richiesta di aiuto valgono anche a vent’anni.

Anche chi resta a casa attraversa il distacco

La partenza non riguarda solo chi parte. Per i genitori, e a volte per i fratelli, è un cambiamento che chiede a sua volta di essere pensato. Capita che l’ansia di chi resta arrivi fino alla stanza in affitto, con telefonate sempre più frequenti.

Alle mie amiche fuori sede capitava di passare ore in videochiamata con i genitori mentre cucinavano, andavano a lezione o facevano la spesa. Non c’era niente di speciale da dirsi, ed era esattamente il punto. Condividere i gesti normali serviva a dare l’impressione di essere ancora lì, e a rassicurare chi stava a casa che non fosse cambiato niente.

Sono modi per tenere insieme due vite finché il distacco è fresco, e in quella fase funzionano. Con il tempo, di solito, quelle chiamate si accorciano da sole. Non perché ci si affezioni di meno, ma perché stare lontani costa meno fatica e la vita nuova ha smesso di essere un’eccezione da giustificare.

Parlare di come si sta, da una parte e dall’altra, di solito aiuta più dei controlli a distanza. Quando le due parti riescono a riconoscere ciascuna la propria fatica, il distacco diventa più sopportabile per entrambe.

Studenti fuori sede e il tempo per sentirsi a casa

Sentirsi a casa in un posto nuovo richiede tempo, e nessuno sa dire in anticipo quanto. Arriva di solito per dettagli, il bar dove si viene riconosciuti, una strada fatta senza mappa, una sera in cui si torna in stanza senza pensare a quella di prima.

Nel frattempo, la nostalgia non è un segnale di aver sbagliato strada. Dice quanto conta quello che si è lasciato, e lascia aperta la domanda su cosa si porterà con sé nel posto nuovo.

Ricevo nel mio studio a Roma, in zona Prati. Chi volesse capire come si svolge un primo incontro, prima di decidere qualsiasi cosa, trova qui le informazioni essenziali.

Sì, è un’esperienza molto comune tra chi si allontana a lungo da casa, anche quando la partenza è stata desiderata. Può presentarsi come tristezza, ma anche come stanchezza, irritabilità o difficoltà a concentrarsi. Non indica di per sé un problema, ma merita ascolto se non si attenua.

Non esiste una durata fissa. Per molti il disagio si riduce man mano che la città, i ritmi e le relazioni diventano familiari. Se dopo alcuni mesi resta uguale o peggiora, è utile parlarne con un professionista.

Il segnale principale è l’estensione del malessere. Quando la tristezza riguarda ogni ambito della vita, dura settimane, si accompagna a disturbi del sonno o dell’appetito e toglie interesse anche alle cose che piacevano, può trattarsi di un abbassamento dell’umore più profondo. In quel caso serve un inquadramento, e può aiutare sapere come si lavora sulla depressione in psicoterapia.

Dipende da cosa quel ritorno rende possibile. Se aiuta a sostenere la settimana e la vita in città cresce comunque, è una risorsa. Se invece impedisce di costruire legami e abitudini nel posto nuovo, rischia di prolungare il distacco invece di attraversarlo.

Spesso aiuta più ascoltare che risolvere. Offrire uno spazio in cui si possa dire che le cose non vanno, senza che questo venga vissuto come un fallimento, abbassa il peso del senso di colpa. Se il disagio persiste, si può incoraggiare un confronto con un professionista, rispettando i tempi di chi è partito.

Sì, molti atenei italiani offrono agli iscritti un servizio di ascolto o consulenza psicologica, di solito gratuito e con un numero limitato di incontri. Conviene cercarlo sul sito della propria università. Per un lavoro più lungo si può valutare un percorso con uno psicoterapeuta.

Sì. La frequenza e la durata del percorso si possono concordare tenendo conto dei rientri, delle sessioni d’esame e delle pause estive. Le informazioni pratiche su durata e costi aiutano a farsi un’idea prima del primo incontro.

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