Table of Contents
TogglePer trent’anni c’è stato un posto dove la propria assenza si notava. Un ufficio, un turno, un telefono che squillava alle otto del mattino. Poi da un lunedì all’altro non si nota più da nessuna parte. E fa male, più del tempo vuoto e più dei soldi che diminuiscono, questo accorgersi di poter mancare senza che cambi niente.
Cos'è la crisi da pensionamento e perché non riguarda solo il lavoro
Se fino al giorno prima le lamentele riguardavano il troppo lavoro, il poco tempo per sè, i colleghi antipatici o la sveglia presto, all’improvviso, letteralmente dall’oggi al domani, tutto questo scompare e poter anche solo pensare che qualcosa di tutto ciò manchi sembra impossibile. Si inizia a prendere il discorso alla lontana, finché ad un certo punto ci si sente pronti a dire che quella vita era una certezza e che quella di adesso sembra difficile da accettare. Si perde un ruolo, quello di lavoratore, per doverne accettare un altro, quello di pensionato, che di primo impatto lascia spazio allo smarrimento.
La crisi da pensionamento è il disorientamento psicologico che segue la fine della vita lavorativa, quando viene a mancare la struttura che per decenni ha risposto ogni mattina, senza bisogno che nessuno la interrogasse, alla domanda su chi si è. Non è la difficoltà a riempire il tempo, ed è per questo che riempirlo non basta.
Tende ad arrivare in ritardo. I primi mesi possono somigliare a una vacanza lunga, e per un po’ funziona davvero. Si dorme, si sistema quello che era rimasto indietro, si rivedono persone che non si vedevano da anni. Poi, verso l’autunno, cambia la temperatura. Non succede niente di preciso. È la sensazione di essere diventati facoltativi.
Solo nel 2025, secondo l’Osservatorio INPS sui flussi di pensionamento, in Italia hanno smesso di lavorare quasi mezzo milione di persone. È un passaggio molto più affollato di quanto sembri a chi lo attraversa, e quasi nessuno ne parla. Forse è questa la parte più pesante.
Perché riempire l'agenda non risolve la crisi da pensionamento
Spesso il consiglio che si dà è di riempire il tempo. Un corso di ceramica, i viaggi rimandati, il volontariato, la palestra alle undici del mattino. Sono cose che possono avere senso, e a volte ne hanno molto. Ma rispondono a una domanda diversa da quella che si è aperta, e in molti se ne accorgono nel giro di qualche mese, quando l’agenda torna piena e la sensazione resta identica.
Per decenni il fare ha funzionato anche come risposta, non solo come impegno. Chi ha costruito una parte importante di sé sul riconoscimento professionale, come succede spesso a chi ha dovuto tenere insieme carriera e famiglia, può scoprire in queste settimane che quella risposta non era mai stata messa alla prova. Era semplicemente sempre lì.
Quando il contenitore esterno viene meno, quello che emerge non è vuoto. È materiale rimasto in attesa. Desideri messi da parte perché non era il momento, perdite attraversate di corsa, parti di sé mai davvero ascoltate perché c’era sempre qualcosa di più urgente. Per questo il periodo che segue somiglia spesso a un abbassamento dell’umore, o a un’irritabilità che non trova il suo oggetto.
Quando la crisi da pensionamento arriva insieme ai figli che si allontanano
Poi ci sono le storie in cui i due passaggi si sovrappongono, e sono le più faticose. Chi ha avuto figli tardi può trovarsi a lasciare il lavoro proprio negli anni in cui i ragazzi cominciano a prendere le distanze: l’adolescenza che chiede spazio, l’università in un’altra città, la prima casa.
I due movimenti fanno la stessa cosa. Tolgono un ruolo che rispondeva da solo alla domanda sull’identità. Finché c’è un ufficio da aprire la mattina e un figlio da aspettare la sera, quella domanda resta sullo sfondo, e va benissimo così. Quando cadono nello stesso anno, arriva tutta insieme e senza preavviso.
C’è poi una terza direzione, meno visibile. Sono gli stessi anni in cui i genitori cominciano ad avere bisogno. Oggi in Italia una persona su sei fra i cinquanta e i sessantacinque anni assiste un parente molto anziano, quasi cinque volte più che negli anni Sessanta, secondo i dati Istat. Si smette di essere indispensabili in un posto e lo si diventa in un altro, senza che nessuno chiami lavoro il secondo.
E poi c’è la coppia, che da un giorno all’altro si ritrova a passare insieme molte più ore di quante ne abbia mai passate. Capita che due persone si riscoprano estranee proprio quando finalmente avrebbero il tempo.
La sindrome del nido vuoto quando coincide con la fine del lavoro
La sindrome del nido vuoto viene raccontata in genere come la tristezza per la partenza dei figli, e questo la fa sembrare più semplice di quanto sia. Quello che si perde non è la presenza. È una funzione quotidiana che dava forma alle giornate e restituiva, ogni giorno, la conferma di servire a qualcosa.
Quando la stessa cosa accade anche sul piano professionale non si sommano due dispiaceri. Quello che succede è più scomodo. Si scopre che nessuno dei due ruoli era, da solo, tutta la persona, e che quella persona adesso va cercata.
Riconoscersi una seconda volta dopo la crisi da pensionamento
Per la maggior parte della mia vita professionale ho lavorato con persone giovani, e con loro la direzione tende a essere la stessa. Si guarda avanti, si immagina, si prova a mettere a fuoco cosa si potrebbe diventare. Poi mi è capitato di seguire una persona arrivata in studio poco dopo la fine della sua vita lavorativa, con figli adolescenti che stavano cominciando ad allontanarsi. Con lei quella direzione non serviva. Non c’era niente da scoprire, sapeva perfettamente chi era stata.
Cambia tutto, quando si lavora così. Chi arriva a questa età porta una storia lunga e una consapevolezza spesso lucidissima. Sa benissimo chi è stata e non ha nessun bisogno che glielo si spieghi. Ha bisogno di ritrovare le persone e i posti che glielo dicevano. Non si aggiunge niente, si torna su quello che c’è già stato, e per questo lo chiamo un riconoscersi una seconda volta.
Le risorse che hanno permesso di reggere una carriera, di crescere dei figli, di attraversare lutti e di ricominciare non spariscono insieme al ruolo che le conteneva. Restano dove sono sempre state, ma senza più un nome. Nessuno le chiama, nessuno le richiede, e questo basta a farle sembrare perdute. Buona parte del lavoro è andarle a riprendere una per una e rimetterle in mano a chi le ha sempre avute.
Ritrovarsi non è la stessa cosa che reinventarsi
La parola che circola di più è reinventarsi, ed è anche la più faticosa. Promette una persona nuova e, così facendo, aggiunge un compito a chi ne ha appena persi due. Vedo quanto pesa. Chi ci prova finisce spesso per sentirsi in difetto anche per il modo in cui sta male.
Reinventarsi presuppone che così come si è non vada bene, che il disagio che si prova non sia giusto, mentre invece non c’è niente che vada modificato in quella persona che si sta affacciando ad una nuova fase della vita.
Ritrovarsi chiede il contrario. Non produrre una versione inedita di sé, ma verificare che quella di prima non dipendesse per intero da ciò che faceva. È un lavoro meno spettacolare, e regge molto più a lungo.
Come la psicoterapia accompagna la crisi da pensionamento
Non tutti hanno bisogno di un percorso, ed è giusto dirlo. Molte persone attraversano questo passaggio con gli strumenti che hanno e nel giro di qualche mese trovano un assetto nuovo. Chiedere aiuto diventa utile quando il tempo passa e la sensazione non si muove. Il sonno che si scompone, l’apatia che arriva a coprire anche le cose che piacevano, le telefonate a cui si smette di rispondere. A volte il primo segnale non passa nemmeno dai pensieri e arriva come un disturbo fisico che gli esami non spiegano.
Più del carattere, a fare la differenza è quanto quella fine è stata scelta. Chi lascia il lavoro senza averlo deciso, perché è arrivato un licenziamento o la chiusura di un’attività, o perché una malattia propria o di un familiare ha anticipato i tempi, ha un rischio di depressione più alto di circa un terzo rispetto a chi continua a lavorare, secondo una revisione di otto studi longitudinali pubblicata su Frontiers in Psychiatry nel 2022. A pesare non è il fermarsi, ma il non aver potuto decidere quando.
Nel lavoro terapeutico il punto di partenza non è il sintomo ma la storia personale. Quello che mi interessa capire è come quella persona ha attraversato, nel corso della vita, gli altri passaggi che chiedevano di lasciare qualcosa. Che cosa aveva funzionato allora, che cosa era costato, quali domande erano state messe da parte per mancanza di tempo. È lì che di solito si capisce perché proprio questo passaggio si è bloccato.
Quando i segnali si stabilizzano si entra in un terreno che ha nomi e percorsi definiti. Prima di quel confine quello che serve è più semplice e più raro, ed è uno spazio in cui pensare senza dover rassicurare nessuno, con il supporto di una psicoterapeuta che non chieda risultati e non abbia fretta.
Quando la crisi da pensionamento nasconde la paura di fermarsi
C’è anche l’altra faccia, che si vede molto meno. Non tutti vogliono davvero smettere di essere indispensabili. Per alcune persone l’essere sempre richieste ha funzionato per anni come una protezione, perché finché si corre non c’è tempo per accorgersi di cosa manca, e la fine del lavoro non toglie soltanto un ruolo. Toglie un riparo.
Quando è così il percorso si complica e rallenta, ed è giusto che rallenti. Capita che la persona riempia la vita di impegni nuovi con la stessa urgenza di prima, e che ogni proposta di fermarsi un momento venga accolta con fastidio. Quel fastidio non è un ostacolo da aggirare. Il più delle volte è il segnale che ci si sta avvicinando a qualcosa.
Il tempo che si apre dopo la crisi da pensionamento
Il tempo che resta quando finiscono i ruoli non è tempo vuoto. È tempo senza istruzioni, che è una cosa diversa e, all’inizio, più spaventosa. Nei percorsi che ho seguito arriva quasi sempre lo stesso momento, quello in cui ci si accorge che la domanda su chi si è non era mai stata chiusa. Era stata rimandata, per decenni, dal fatto che c’era sempre qualcosa da fare.
Che torni adesso, e non vent’anni fa, non vuol dire essere in ritardo. Vuol dire che è la prima volta che trova un po’ di spazio.
La crisi da pensionamento è una forma di depressione?
Non necessariamente. Nella maggior parte dei casi si tratta di una reazione di adattamento a una perdita reale, che ha un decorso e tende a modificarsi nel tempo. Diventa un quadro clinico quando l’abbassamento dell’umore persiste per settimane, si estende a tutte le aree della vita e porta con sé disturbi del sonno, dell’appetito o della concentrazione. In quel caso serve un inquadramento più preciso.
Quanto dura il disorientamento dopo il pensionamento?
Non esiste una durata standard, e dipende molto da quanto quel ruolo era diventato centrale e da quanto la scelta è stata voluta. Nella maggior parte delle esperienze i primi mesi sono i più confusi e la ridefinizione richiede tra uno e due anni. Il segnale da osservare non è il tempo che passa, ma se qualcosa si muove.
È normale non sentirsi felici in pensione?
Sì, ed è una delle cose più difficili da dire ad alta voce. L’aspettativa sociale intorno alla pensione è di sollievo e gratitudine, e questo rende il malessere doppiamente pesante, perché al disorientamento si aggiunge il senso di colpa per provarlo. Poterlo nominare, invece di correggerlo, è di solito il primo passaggio utile.
La sindrome del nido vuoto e la crisi da pensionamento sono la stessa cosa?
No, ma condividono lo stesso meccanismo. In entrambi i casi viene meno un ruolo che dava struttura alle giornate e riconoscimento a chi lo ricopriva. Quando i due passaggi coincidono, cosa sempre più frequente per chi ha avuto figli tardi, non si sommano soltanto due perdite. Viene a mancare nello stesso momento ogni riferimento esterno.
Ha senso iniziare una psicoterapia dopo i sessant'anni?
Sì, e il lavoro ha caratteristiche proprie. Chi arriva a quell’età porta una storia lunga e una consapevolezza già formata. Il percorso non serve a scoprire chi si è, ma a ritrovare risorse che il cambiamento ha reso invisibili.
Come si capisce che è il momento di chiedere aiuto?
Di solito non da un episodio, ma da una durata. Quando il disagio si stabilizza, quando le persone intorno cominciano a notarlo, o quando ci si accorge di aver rimandato la questione per mesi, quel rinvio è già un’informazione. Il tema del rimandare la richiesta di aiuto merita uno spazio a sé.
Ricevo nel mio studio a Roma, in zona Prati. Chi volesse capire come si svolge un primo incontro, prima di decidere qualsiasi cosa, trova qui le informazioni essenziali.